Giovanni d’Enrico

(Riale d’Alagna 1559 ca. – Borgosesia 1644)

Giovanni d’Enrico, fratello del più noto pittore Antonio, detto il “Tanzio”, nacque in una famiglia di artisti attivi e documentati dal 1586 al Sacro Monte di Varallo per la realizzazione, grazie al finanziamento del duca di Savoia Carlo Emanuele I, della cappella della Strage degli innocenti (c.11). In questo importante cantiere operarono come capomastri e costruttori i fratelli Enrico, Giacomo e lo stesso più giovane Giovanni.

La sua formazione artistica manca purtroppo di punti fermi documentari. Dopo l’intervento per la cappella della Strage (c.11) al Sacro Monte, si impegnò nel 1601 a costruire il coro della chiesa di san Martino a Roccapietra, località prossima a Varallo. Tra il 1609 e il 1614 con Bartolomeo Ravelli lavorò alla progettazione della nuova chiesa dell’Assunta al Sacro Monte e della piazza antistante, nonché del corridoio esterno alla cappella dell’Arrivo dei Magi (c.5). Anche per Giovanni, come per Tanzio, l’ipotesi più plausibile è che la sua prima formazione artistica sia maturata nell’ambito della bottega di famiglia e nel clima culturale del Sacro Monte. Come architetto non potè non essere condizionato dal grande repertorio del Libro dei Misteri, come plasticatore (artista che modella statue in terracotta) risentì delle molteplici esperienze che maturavano a quei tempi. Nel tardo Cinquecento al Monte operavano gli scultori Prestinari, provenienti dal prestigioso cantiere del Duomo di Milano, e altri artisti lombardi ancora non identificati (cappelle del Secondo sogno di Giuseppe (c.9), del Battesimo di Cristo (c.12) e della Samaritana al pozzo, c.14) che esprimevano una raffinata cultura manierista da cui Giovanni non dovette essere distante ai tempi della sua iniziale attività; inoltre l’esperienza gaudenziana della studiata integrazione di pittura e scultura e di un naturalismo vero e toccante costituiva un riferimento ancora imprescindibile per gli artisti successivi. Probabilmente anche l’allestimento dello spettacolo concitato, drammatico e di evidente realismo della Strage degli innocenti (c.11) dovette colpirlo.

Dal primo decennio del Seicento Giovanni appare il più importante referente della Fabbriceria (l’organismo laico che gestiva il cantiere del Monte) impegnato come architetto e statuario nell’eseguire i disposti del vescovoBascapè per la riorganizzazione della parte alta del complesso e la realizzazione delle cappelle della Passione e dei relativi gruppi plastici.
Operoso a fianco degli artisti attivi allora al Monte egli lasciò le sue opere più felici nelle cappelle che lo videro accostato al fratello Tanzio (Cristo condotto la prima volta al Tribunale di Pilato –c. 27-, Pilato si lava le mani (c. 34), Cristo al Tribunale di Erode, c.28) in cui l’integrazione di pittura e scultura raggiunsero livelli paragonabili solo ai modelli di Gaudenzio e in cui le sue figure si distinguono per la straordinaria efficacia narrativa ed il realismo di modi e sentimenti.
Per quasi quarant’anni ebbe l’esclusiva della produzione plastica nel complesso varallese, plasmando statue per una ventina di cappelle grazie anche all’apporto di una organizzata bottega che nella fase tarda della sua attività vide emergere la figura di Giacomo Ferro.

Venne chiamato a lavorare con la sua équipe anche al Battistero di Novara e ai Sacri Monti di Oropa (a partire dal 1621) e Orta (dal 1630).

 

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