Pierfrancesco Mazzucchelli chiamato “il Morazzone”

(Morazzone 1573 – Piacenza(?) 1626)

Pierfrancesco Mazzucchelli, chiamato “il Morazzone” dal paese lombardo che gli diede i natali, si trasferì giovanissimo a Roma ove maturò la sua prima formazione artistica. Di questa fase della sua attività ci sono rimasti due affreschi nella chiesa di san Silvestro in Capite, datati al 1596, in cui appaiono evidenti i legami con la cultura manierista romano-senese in voga in quegli anni nei cantieri della città pontificia.

Nel 1598 è di ritorno a Varese, ove dipinge la volta della cappella della chiesa di san Vittore. Del 1602 è il contratto per la decorazione pittorica della cappella della Salita al Calvario (c.36) del Sacro Monte di Varallo, la prima delle tre impegnative opere che è chiamato a realizzare in quel complesso, tutte ricadenti nel periodo dell’episcopato del vescovo Carlo Bascapè, vero regista delle scelte figurative che si compiono in quegli anni sul Monte. Bascapè vi voleva attivi artisti di qualità. Nel Palazzo di Pilato, il più importante contenitore architettonico realizzato in quegli anni, fulcro ideale e simbolico del complesso e destinato ad ospitare le principali tappe della passione di Cristo, si era pensato di chiamare infatti tre pittori fra i massimi protagonisti del tardo manierismo lombardo e piemontese : Moncalvo, Camillo Procaccini e il Morazzone.

Il contratto stipulato dall’artista per la decorazione della cappella della Salita al Calvario (c.36) indica le linee guida a cui egli dovrà improntare la sua opera: dovrà rispettare scrupolosamente le indicazioni iconografiche fornite dal vescovo Bascapè, operare perché la pittura sia il più possibile integrata con il gruppo plastico già realizzato dal Tabacchetti per la cappella, così che essi raccontino insieme efficacemente lo stesso episodio della storia della vita di Cristo. Infine il paesaggio raffigurato sulle pareti e i personaggi messi in scena avrebbero dovuto prendere a modello la cappella della Crocifissione, allestita quasi un secolo prima da Gaudenzio Ferrari, per lo stretto legame narrativo fra l’episodio della Salita al Calvario e la Crocifissione, ma anche per la capacità di Gaudenzio di raffigurare figure e ambiente in modo vivo e naturale.

Questa esperienza, l’immersione nel Sacro Monte gaudenziano, e il vincolo contrattuale che lo induce a studiare attentamente l’opera del maestro lombardo, portano ad una svolta sensibile nel suo percorso artistico che si arricchisce di una rinnovata attenzione ai modi del pieno rinascimento lombardo a cui si accosterà più tardi l’interesse e la conoscenza dell’opera del Cerano, dei maggiori protagonisti del primo Seicento lombardo e dei manieristi veneti.

Attivo tra Varese, Como, Milano, Novara, Pavia e l’entroterra lombardo e piemontese (lavora anche al Castello di Rivoli per il duca di Savoia) è altresì impegnato attivamente in alcuni dei Sacri Monti in costruzione in quegli anni, da Varallo a Varese (cappella della Flagellazione) e ad Orta (cappella della Porziuncola).
A Varallo, tra il 1609 e il 1616, realizza gli affreschi delle cappelle dell’Ecce Homo e della Condanna di Cristo.

 

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