Antonio d’Enrico detto il “Tanzio”

(Riale di Alagna 1580 ca.- Varallo(?) 1633)

Antonio d’Enrico detto il “Tanzio” nacque in una famiglia di artisti attivi e documentati dal 1586 al Sacro Monte di Varallo per la realizzazione, con le munifiche donazioni del duca di Savoia Carlo Emanuele I, della cappella della Strage degli innocenti (c.11).
E’ nell’ambito della bottega di famiglia e nel clima culturale del Sacro Monte che maturò la sua prima formazione artistica, tra le ultime espressioni della tradizione tardogaudenziana (le decorazioni delle cappelle della Visitazione (c.3), e delle altre edificate dopo il Libro dei Misteri di Galeazzo Alessi: il Secondo sogno di Giuseppe (c.9) e le cappelle seguenti, dal Battesimo (c.12) alla Resurrezione di Lazzaro (c.18)) e la proposta alla moda, elegantemente descrittiva che univa sapori nordici, aggiornati al manierismo lombardo, dei fratelli Fiamminghini impegnati nella cappella della Strage degli innocenti (c.11), mentre i modi della cultura tardomanierista d’oltralpe circolavano in Valsesia anche attraverso le stampe.
Nel 1600 Tanzio, con il fratello Melchiorre, si reca a Roma in occasione del Giubileo per ottenere le indulgenze e guadagnarsi da vivere con il suo lavoro e la sua arte. La sua presenza in Italia centrale è documentata da opere lasciate tra l’Abruzzo e Napoli (da Pescocostanzo a Fara San Martino, a Napoli, a Colledimezzo) tra il 1610 e il 1614 circa, che denunciano l’inequivocabile contatto con i modi del tardomanierismo centroitaliano e con le dirompenti novità caravaggesche.
Possibile tappa successiva del percorso del pittore è la pala con San Carlo che comunica gli appestati della collegiata di Domodossola (1615-1616), opera che non tutta la critica gli attribuisce con certezza.
Primo intervento sicuro, al rientro dal soggiorno in Italia centrale, è la decorazione della cappella ove Cristo è condotto per la prima volta davanti a Pilato (c. 27) che il vescovo Taverna vede quasi ultimata nel settembre del 1617, al Sacro Monte di Varallo, ove il fratello Giovanni d'Enrico, plasticatore e architetto, aveva assunto dal primo decennio del secolo un ruolo di primissimo piano nella realizzazione dei gruppi statuari e nelle scelte urbanistiche.
Avviate inizialmente con la collaborazione del fratello più anziano, Melchiorre ( i cui modi si riconoscono nella decorazione della parete di destra) queste pitture uniscono alle novità caravaggesche la conoscenza ravvicinata dei modi gaudenziani ed anche un occhio curioso alle recenti opere di Morazzone al Sacro Monte. Il gioco di integrazione fra pittura e scultura, certamente sorretto da complessi studi grafici, raggiunge qui vette di qualità elevatissima nel rapporto fra Tanzio e Giovanni, autore delle statue, vette che si ripetono nella successiva cappella dove Pilato si lava le mani (c. 34) caratterizzata da una galleria di figure dalle fisionomie più crude, veri e propri ritratti di gente comune, valligiani e montanari.

 

Il percorso artistico di Tanzio continua nella diocesi di Novara tra Pallanza, Lumellogno, Borgomanero e la Valdossola, con una graduale assimilazione dei modi della contemporanea pittura milanese, da Cerano a Giulio Cesare Procaccini, a Daniele Crespi, dati questi che si leggono anche nella più tarda decorazione della cappella di Cristo al tribunale di Erode (c. 28) redatta quasi in parallelo alla impegnativa impresa della cappella dell’Angelo custode nella basilica di san Gaudenzio a Novara sullo scorcio del terzo decennio del secolo.

L’attività del pittore continua a Milano con gli affreschi in sant’Antonio abate e in santa Maria della Pace, per concludersi probabilmente ancora in Valsesia.
Una carrellata di opere di Tanzio di grande qualità, scalata fra il secondo e l’inizio del quarto decennio del Seicento, è esposta presso la Pinacoteca di Varallo.

 

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